Una generazione intrappolata
- Zeudi Liew

- 4 mag
- Tempo di lettura: 5 min
Cosa significa iniziare a capire — e scoprire che non basta.
di Giulia Desideri

Per ragioni di riservatezza, abbiamo deciso di chiamare“Lucía” la giovane la cui storia è brevemente presentata a seguire.
La sua storia non è un caso isolato.
Lucía è una giovane di Cerro de Pasco, una città costruita attorno a una delle più grandi miniere a cielo aperto del Perù. Anni di esposizione a sostanze tossiche e metalli pesanti hanno già avuto effetti irreversibili sulla sua salute. Come molte giovani donne della zona, il suo sistema riproduttivo è stato compromesso in modo permanente.
Non si tratta solo di un impatto ambientale o sanitario. Si tratta anche di come questo impatto viene vissuto—e compreso nel tempo.
Ciò che emerge con più forza è una contraddizione: la coesistenza tra consapevolezza e normalizzazione. Un danno grave viene riconosciuto, descritto, persino vissuto direttamente—e allo stesso tempo, in parte, assorbito come qualcosa di ordinario. Più l’esposizione si prolunga, più i confini tra ciò che è dannoso e ciò che è semplicemente “la normalità” iniziano a sfumare.
Dentro questo contesto cresce una generazione che inizia a vedere, ma senza avere davvero gli strumenti per interpretare o agire. I giovani come Lucía non sono indifferenti: parlano, si interrogano, provano a partecipare. Ma lo fanno in uno spazio in cui le informazioni sono incomplete, il supporto è limitato e le risposte istituzionali restano lontane o insufficienti.
Ne deriva una forma di fragilità che non riguarda la debolezza, ma il vincolo: una condizione in cui la consapevolezza esiste, ma fatica a trasformarsi in azione.
Il racconto di Lucía si sviluppa dentro questa tensione—tra sapere e adattarsi, tra riconoscere il danno e continuare a viverci dentro.
A Cerro de Pasco, una città costruita attorno a una delle più grandi miniere a cielo aperto del Perù, l’inquinamento non è qualcosa di lontano. È parte della vita quotidiana.
Quando inizio a parlare con Lucía, penso che sarà diverso. È una giovane attivista. Studia sociologia, partecipa a spazi di partecipazione giovanile, parla di ambiente, di diritti, di bambini. Sembra arrabbiata. Lucida. Quando le chiedo quanto sia grave l’impatto della miniera, risponde subito: “Grave.”
Parliamo a lungo.
Mi racconta dei bambini, dell’anemia, dei problemi nello sviluppo. Di come il danno inizi solo perché nasci.
Tiene le mani strette nei guanti.
Lo sguardo fisso. La mascella serrata.
È questo che mi aspetto.
È questo che penso di aver capito.
Poi usciamo.
Mi porta a vedere la miniera. È enorme. Molto più di quanto immaginassi.
L’avevo vista in foto, nei video. Ma dal vivo è un’altra cosa. Mi fermo. Per un attimo non so nemmeno come chiamarla. Continuiamo a parlarne come di un problema evidente, quasi scontato, spaventoso.
Poi dice:
“La miniera non è così male.”
Mi fermo.
Non è colpa della miniera, continua.
È la gente che ha costruito troppo vicino.
Che, in fondo, se la città esiste, è anche grazie a questo.
Lo ripete più volte.
Non sono sicura di aver capito fino in fondo cosa intende.
Non torno subito su quella frase.
Ci torno dopo.
È la stessa persona che poco prima mi ha descritto un impatto grave, continuo, che inizia dalla nascita.
“Il danno è nella salute fin da quando si nasce.”

Fa freddo. Siamo entrambe coperte da strati di vestiti.
Lei parla veloce, senza fermarsi troppo sulle cose.
Lucía sa. Sta iniziando a capire.
Ma sapere non significa poter fare.
Quando parla di giovani, non manca la volontà.
Ci sono ragazzi che vogliono cambiare le cose.
Che si attivano, che provano a partecipare.
Ma si sentono persi.
Non sanno da dove iniziare, né come muoversi davvero.
E poi ci sono quelli che smettono ancora prima.
Non perché non vedano il problema.
Ma perché non sanno come affrontarlo.
Tra chi prova e non riesce,
e chi rinuncia prima ancora di iniziare,
lo spazio per agire si restringe.
Gli spazi sono pochi, difficili da raggiungere, spesso solo formali.
Le decisioni si prendono altrove.
E soprattutto, manca qualcuno che ascolti davvero.
“Ci vedono come la generazione di cristallo.”
Quelli che esagerano.
Quelli che si lamentano.
La sua voce cambia qui.
Non alza il tono, ma si sente.
Non è solo che non vengono ascoltati.
È che non vengono presi sul serio abbastanza a lungo da smettere, piano, di provare.
Si resta soli.
Si prova a capire, ma senza strumenti.
Si prova a fare qualcosa, ma senza appoggio.
E intanto si continua a vivere lì.
In un ambiente contaminato, senza informazioni chiare. Le cose si imparano a metà, spesso male. Si cercano soluzioni improvvisate — come bollire l’acqua per eliminare i metalli pesanti — ma non funzionano.
Si va avanti così.
Parliamo ancora.
Poi, verso la fine, Lucía cambia discorso.
Questa volta non parla più in generale.
Parla di sua madre.
Ha un’anemia grave. Va spesso in ospedale, fa trattamenti, prende ferro.
Ai figli — anche a lei — è stato detto di fare lo stesso.
Lucía ha un’anemia importante, nonostante sia molto giovane.
Poi lo dice, così:
Le hanno detto di non avere figli.
Perché è sterile.
E perché, anche se li avesse, nascerebbero con la leucemia.
Lo racconta senza abbassare la voce.
Senza fermarsi.
Come se fosse già tutto dentro.
“Nessuno dà una soluzione.”
Resto ad ascoltare.
Torno a quella frase davanti alla miniera.
Non torna.
E allo stesso tempo, in qualche modo, si spiega.
Non si tratta solo di vivere in un ambiente contaminato.
Si tratta di crescere dentro una condizione che, a un certo punto, smette di sembrare straordinaria.
“Si è normalizzato vivere male.”
Lucía lo dice così.
E allora quella frase — “non è così male” — resta.
Non perché sia coerente.
Ma perché è possibile.
È possibile essere una giovane attivista, sapere che c’è un problema, viverlo sulla propria pelle — e allo stesso tempo non riconoscerlo fino in fondo.
Non è ignoranza.
Non è incoerenza.
È una condizione.

Una generazione che inizia a vedere, ma resta intrappolata.
Intrappolata perché non ha informazioni complete.
Intrappolata perché non ha appoggio.
Intrappolata perché chi ha più potere minimizza.
Intrappolata perché vivere lì significa anche dipendere da quel sistema.
“Ci sono giovani che vogliono cambiare la situazione. Manca solo il supporto.”
E allora la domanda non è solo cosa sta succedendo.
È cosa serve per uscire da questa condizione.
Capire davvero cosa si sta vivendo.
Avere strumenti per riconoscerlo.
Non essere lasciati soli nel farlo.
È qui che interventi come quello di Future Rights APS diventano concreti: non come soluzione immediata, ma come possibilità di iniziare a costruire qualcosa che oggi manca — informazioni accessibili, strumenti pratici, spazi in cui questa consapevolezza possa diventare azione.
Torno a quella frase davanti alla miniera.
Non torna.
E allo stesso tempo, in qualche modo, si spiega.
Forse è questo il punto più difficile:
capire fino a che punto si riesce davvero a vedere —
e scoprire che non basta.
Giulia Desideri



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