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La città che respira piombo

  • Immagine del redattore: Zeudi Liew
    Zeudi Liew
  • 23 apr
  • Tempo di lettura: 4 min

Un quartiere che non sembra più una città: sei strade costruite sugli scarti della miniera

Giulia Desideri

A Cerro de Pasco, in Perù, vivere accanto alla miniera significa convivere ogni giorno con metalli

pesanti, acqua contaminata e servizi insufficienti. Per i bambini, l’esposizione non è un rischio

futuro, ma una condizione quotidiana.

Questo caso studio racconta la vita quotidiana di alcune famiglie che vivono in uno dei quartieri

più contaminati della città, costruita accanto - e in parte dentro - una delle più grandi miniere a

cielo aperto del paese. Attraverso l’intervista a tre donne e l’osservazione diretta, emerge come

l’esposizione ambientale incida sulla salute e sulle possibilità di vita dei bambini.

Il caso si inserisce nel lavoro di Future Rights APS, che esplora il legame tra contaminazione

ambientale e diritti dell’infanzia, con l’obiettivo di rendere visibili queste realtà e rafforzare

strumenti di advocacy.


Arrivo che è già buio, su un piccolo bus condiviso. A Cerro de Pasco ci si muove così.

La strada non è illuminata. Per un momento sembra di uscire dalla città. Poi il quartiere appare.

Sei strade. Case non finite, eppure abitate. Muri grezzi, materiali di fortuna - costruite poco a poco

dagli stessi abitanti. Un silenzio quasi totale.

Dietro le case, a pochi metri, c’è una collina enorme. Perfetta, quasi disegnata. Sembra una

barriera, una protezione dalla voragine della miniera a cielo aperto - il tajo abierto - che si estende

dall’altra parte.

Solo dopo diventa chiaro: non è una collina, tantomeno una difesa. Sono scarti minerari coperti da

uno strato sottile di terra.


Quando incontro le donne, iniziamo a parlare della vita quotidiana nel quartiere.

Cosa significa vivere qui, ogni giorno?

A questa domanda, presto mi rendo conto che qui la contaminazione è la normalità.

“Le finestre restano coperte di polvere con piombo. Dobbiamo pulire tutti i giorni.”

Gli scarichi passano dietro le case: non solo quelli della miniera, ma anche quelli della città -

abitazioni, negozi, ospedali - convogliati in un canale aperto, senza controllo né depurazione.

L’acqua arriva, quando arriva, una volta a settimana. È trasportata con le cisterne, ma contiene

metalli pesanti.

Le famiglie la conservano in secchi - spesso riutilizzati da contenitori di vernice - e la usano per

tutto.

“Non è sufficiente.”

Quando finisce, si usa l’acqua del quartiere, contaminata anche da scarichi e materiali fecali.


Prendo nota.

Poi la domanda arriva quasi da sola:

“Cosa vuol dire crescere a Cerro de Pasco?”

La scuola è accanto agli scarti minerari. Il campo da calcio è deteriorato.

Non esistono spazi sicuri.

“Non escono molto… per la contaminazione e per il freddo.”

Molti bambini restano in casa. Altri, soli, giocano in strada, anche di notte, anche al freddo, anche

scalzi.

L’esposizione è continua.

“Da bambini avevamo tutti livelli alti di metalli pesanti.”

Le conseguenze sono diffuse: anemia, problemi respiratori, affaticamento.

“Ci hanno detto che potevamo sviluppare malattie come la leucemia.”

Le donne raccontano di bambini malati, di diagnosi tardive, di un bambino morto a un anno e un

altro, di tre anni, appena diagnosticato.

Un bambino, raccontano, da piccolo leggeva. Oggi non riconosce più nemmeno le vocali.

“Ha problemi di attenzione… non capta e dimentica”

Imparare, ricordare, crescere diventano difficili. Uno degli impatti più invisibili è sullo sviluppo

cognitivo. Le insegnanti si adattano, ripetono, accompagnano. Ma il problema non è pedagogico:

è biologico.

La contaminazione, insieme alla malnutrizione, incide direttamente sulla capacità di apprendere.


Guardo le donne.

Conosco queste informazioni, le ho studiate molto bene. Qui, però, hanno un altro peso. “Come

fanno le famiglie a sopravvivere? A proteggersi da una contaminazione che entra ovunque?”

Le famiglie cercano aiuto, ma incontrano limiti continui. Non tutti possono accedere alle cure. Le

analisi non sempre arrivano. I risultati a volte scompaiono. Le campagne mediche sono percepite

come insufficienti.

Ai bambini cercano di dare più possibile - yogurt, vitamine, latte.

“Faccio quello che posso.”

Mentre una parla, le altre scrivono tutto sulle mani, in fretta, come se quelle informazioni non

circolassero altrove. Non è prevenzione condivisa. È gestione quotidiana del rischio, improvvisata.

E non tutte possono permettersela.

Le donne sanno. Sanno che i figli sono esposti e che hanno poche alternative. Continuano a

vivere, a prendersi cura dei bambini, a sostenersi tra loro.


Qui la contaminazione è la norma. E mentre le risposte istituzionali restano insufficienti, la

gestione del rischio ricade sulle famiglie. Cerro de Pasco non è un’eccezione: è una delle tante

realtà in cui l’esposizione ambientale incide direttamente sulla vita e sulla salute delle persone.

Secondo l’OMS, si stima che circa 13 milioni di persone muoiano ogni anno a causa di fattori

ambientali evitabili - quasi un decesso su quattro a livello globale.

È dentro questo vuoto che si inserisce il lavoro di Future Rights APS, che sta sviluppando un

workbook pratico per supportare giovani e comunità nel documentare gli impatti della

contaminazione e trasformarli in strumenti di denuncia e advocacy.


Uscendo dal quartiere, mi porto addosso una sensazione difficile da ignorare.

Da un lato, l’evidenza di un ambiente che espone. Dall’altro, la forza di chi continua a resistere.

C’è qualcosa lì dentro che non è evidente subito.

E forse è l’unica cosa che non è stata contaminata.


A Cerro de Pasco, una delle città più contaminate del Perù, la mortalità infantile supera la media

nazionale. Studi indicano che circa un terzo dei decessi è legato a malformazioni congenite

associate all’inquinamento, mentre migliaia di bambini sono esposti a metalli pesanti con gravi

conseguenze sulla salute e sullo sviluppo.

 
 
 

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