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  • Immagine del redattoreZeudi Liew

Benvenuti in Italia

Non solo il decreto Cutro, ma anche lo stato di emergenza per l’accoglienza di rifugiati e migranti sono due pietre miliari della destra italiana nella sua crociata contro le migrazioni. La tragedia è diventata un’occasione per rendere ancora più complicate le operazioni di salvataggio in mare; per promulgare ulteriori restrizioni ai diritti dei migranti e al loro accesso alla protezione, ampliando il numero di persone che saranno detenute; e rimuovendo anche importanti garanzie contro l’espulsione dal territorio italiano. Non è l’unica novità, ma lo stato di emergenza viene emanato come per qualsiasi altra emergenza, come disastri naturali o pandemie. Durerà almeno sei mesi e un’ordinanza del capo della Protezione Civile nominerà un commissario delegato (esattamente come avviene dopo un grande terremoto). Ma questa storia non poteva concludersi con il gran finale: le strutture per il rimpatrio di chi non ha diritto a rimanere in Italia (Centri di Permanenza per il Rimpatrio - CPR) saranno incrementate e rafforzate, potenziando le attività di identificazione ed espulsione - in altre parole la detenzione di fatto dei migranti.




La legge di bilancio per il 2023 ha stanziato circa 42,5 milioni di euro per la gestione e l’allestimento, l’ampliamento, la costruzione, nei prossimi tre anni, di 206 nuovi CPR per stranieri, ai quali è negato un regolare permesso di soggiorno in Italia[1]. Alla base ci sono gli accordi bilaterali tra gli Stati - quello di origine e quello di destinazione - che sembrano privilegiare il costo effettivo del rimpatrio rispetto alla promozione dei diritti dei migranti e dei detenuti; e l’appetito per un business multimilionario, visto che i centri, di fatto, sono gestiti da soggetti privati[2]. I CPR, come descritto dalla Coalizione italiana per le libertà e i diritti civili (Cild), sono “buchi neri”, luoghi in cui “si cammina sul filo del rasoio”, dove l’isolamento rende i diritti, l’identità e la persona invisibili al resto del mondo e a sé stessi. Come nel caso di Moussa Balde, un giovane della Guinea trattenuto a Ventimiglia senza documenti e quindi rinchiuso nel CPR di Torino, dove si è ucciso nel 2021[3].


Da oltre 20 anni in Italia sono in funzione i CPR, che trattano gli stranieri dietro a recinzioni e con brutalità in assenza di un vero e proprio reato, ma semplicemente sulla base di una violazione amministrativa: l’ingresso o il soggiorno in Italia senza permesso. L’Associazione Italiana per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) ha denunciato il trattamento e le condizioni di vita dei migranti detenuti nei CPR, comprese le gravi violazioni riscontrate in quello di Torino, il Brunelleschi.



Maurizio Veglio, membro dell’ASGI, avvocato e docente presso la Clinica dei diritti umani e del diritto delle migrazioni dell’Università Internazionale di Torino, dà voce agli invisibili con il suo libro Malapena, che descrive cosa succede a uno straniero che entra al Brunelleschi. Il primo passo verso una vita di reclusione viene sigillato con un cacciavite, che lo straniero deve inserire nella fotocamera del proprio cellulare fino a disattivarlo. Per la pubblica amministrazione si tratta di una “tutela” della dignità e della privacy dei detenuti, ma in realtà sta spegnendo qualsiasi tipo di controllo e di testimonianza sull’operato dello Stato. Ragioni per cui solo attraverso le parole di Veglio e di molti altri attivisti è possibile conoscere e immaginare come sette persone possano condividere 50 metri quadri, bagni compresi, senza alcuna separazione tra camere e latrine.

Questo è ciò che accade nel cosiddetto “ospedaletto”, che, lungo dall’ assomigliare a un ospedale o a un ambulatorio, è piuttosto il luogo della reclusione e dell’isolamento, illegale nei CPR e inflitto in certi casi fino a 5 mesi, come ricorda il rapporto Black Book dell’ASGI: CPR di Torino. Questo rapporto, insieme a Malapena e ad altri documenti, denuncia la mancanza di servizi, il trattamento disumano e illegale dei detenuti, la somministrazione forzata di psicofarmaci e le pratiche autolesionistiche come conseguenza delle condizioni di vita disumane e degradanti nei CPR.




I CPR sono una ferita, un fallimento della legalità e dell’osservazione e promozione dei diritti civili e non sono necessari. Ci sono alternative possibili, come investire e rafforzare il sistema di case management (gestione dei casi), una soluzione meno costosa e che garantisce servizi, come l’accesso alla salute, ai rappresentanti legali, al mediatore linguistico, nel rispetto della dignità e dei diritti. Ma in realtà i CPR sono solo un esempio dell’ odierno business as usual, un ritratto dell’economia contemporanea che soddisfa regole fondamentali: diversificazione del portafoglio, finanziarizzazione ed esternalizzazione dei servizi. Le conseguenze di tutto questo sembrano essere deliberatamente ignorate dal governo, dai suoi elettori e da gran parte della popolazione nazionale. Benvenuti in Italia.



[1] https://www.meltingpot.org/2023/04/i-cpr-devono-essere-chiusi-non-ampliati-cominciamo-da-macomer/ [2] https://altreconomia.it/oltre-40-milioni-di-euro-per-nuovi-cpr-il-governo-investe-su-un-modello-fallimentare/ [3] https://global.ilmanifesto.it/the-tragic-death-of-a-guinean-man-in-italian-custody/

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