Il ragazzo presunto adulto: La politica “anti-maranza” e la comodità di non capire
- Zeudi Liew

- 26 lug
- Tempo di lettura: 8 min

Photo Renan Lima
“Anti-maranza” non è, per fortuna, il titolo ufficiale del disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri il 23 luglio. Quello ufficiale è il più sobrio Modifiche in materia di imputabilità del minore. Ma “anti-maranza” è il nome con cui il provvedimento è stato venduto nel dibattito pubblico e forse, proprio per questo, racconta molto meglio la cultura politica che lo ha prodotto. Il disegno di legge non è ancora operativo: dovrà essere discusso e approvato dal Parlamento.
“Maranza” non è una categoria giuridica. Non indica un reato. È una parola di strada e di social network, un’etichetta generica appiccicata addosso a ragazzi considerati rumorosi, aggressivi, volgari, spesso poveri, spesso figli dell’immigrazione.
Chiamare una misura “anti-maranza” significa costruire prima il bersaglio e poi la norma. Non si combatte un comportamento: si individua un tipo umano. Non si dice “contro le aggressioni”, “contro le rapine” o “contro la violenza”. Si dice contro quelli lì.
È un piccolo capolavoro di semplificazione e il contenuto del disegno di legge, non è meno preoccupante.
Oggi un ragazzo che ha compiuto quattordici anni ma non ancora diciotto può rispondere penalmente di un reato soltanto se viene accertato che, nel momento in cui lo ha commesso, fosse capace di comprenderne il significato e di controllare le proprie azioni. Non basta dunque guardare la data di nascita: bisogna guardare la persona.
La nuova norma capovolge il punto di partenza. Stabilisce che la capacità di intendere e di volere del minorenne «si presume fino a prova contraria». In altre parole, dai quattordici anni il ragazzo viene considerato abbastanza maturo da rispondere penalmente, salvo che nel corso del procedimento emerga il contrario.
Lo stesso ministro della Giustizia, Nordio, ha parlato esplicitamente di inversione dell’onere della prova. Attenzione: non significa che il ragazzo venga automaticamente considerato colpevole del reato. La presunzione d’innocenza rimane. Significa però che viene presunto adulto abbastanza da essere punito.
La differenza può sembrare sottile solo a chi non ha mai incontrato un adolescente in difficoltà.
Prima era lo Stato a dover verificare seriamente chi avesse davanti: la sua maturità, la storia familiare, il percorso scolastico, le eventuali violenze subite, le condizioni cognitive e psicologiche, il contesto sociale.
Con la nuova impostazione la maturità viene data per acquisita, mentre è l’immaturità, l’incapacità di intendere e volere, che deve riuscire a emergere dal procedimento. E qualora i minorenni fossero incapaci di intendere, dunque, quale sarebbe il progetto?
Riempire istituti già sotto pressione, affidare ragazzi fragili a servizi educativi e di salute mentale sempre più scarsi e aspettare che ne escano migliori?
Prima si taglia tutto ciò che dovrebbe prevenire, accompagnare e curare, e poi si concentra il risultato nello stesso edificio e lo si chiama sicurezza?
Più che rieducare, riabilitare mi sembra buttare la chiave nello scarico e dichiarare risolto il problema, con una bella propaganda.
Inoltre, ci chiediamo chi riuscirà più facilmente a dimostrare l’immaturità del minorenne? Il figlio di una famiglia istruita, seguito da specialisti e difeso da un avvocato esperto? Oppure un ragazzo che ha abbandonato la scuola, vive in una comunità, parla poco l’italiano, ha una famiglia assente, fragile o violenta e incontra i servizi sociali soltanto quando sono già arrivati la polizia e il fascicolo giudiziario?

Photo Talha Kuğu
La legge è uguale per tutti. Le risorse per farsi capire e per accedere alla giustizia, un po’ meno. Del resto, anche le opportunità di crescere, imparare, immaginare un futuro e diventare qualcosa sono distribuite in modo assai poco democratico.
Questa disuguaglianza ha un nome: povertà educativa.
Per molto tempo la povertà di bambine, bambini e adolescenti è stata misurata quasi esclusivamente in termini economici, attraverso il reddito e la ricchezza dei genitori. Ma è uno sguardo insufficiente, perché non coglie tutto ciò che determina una traiettoria di vita: l’accesso all’istruzione, alla cultura, allo sport, alle relazioni, alla salute, agli spazi pubblici e alla possibilità di essere ascoltati.
L’Istat definisce la povertà educativa come un fenomeno multidimensionale, prodotto dall’intreccio tra il contesto familiare, sociale ed economico nel quale i minori vivono.
Non riguarda soltanto quanto si possiede, ma ciò che si ha la possibilità di imparare, desiderare e diventare. Nel 2024 più di un minore di sedici anni su quattro viveva in una famiglia a rischio di povertà o di esclusione sociale, con divari ancora più profondi nel Sud Italia, nelle famiglie monogenitoriali e tra i minori con cittadinanza straniera.
La povertà educativa non è soltanto mancanza di scuola. È assenza di spazi, esperienze, adulti di riferimento e futuro percepito. È la distanza tra un ragazzo che può sbagliare contando su una rete capace di raccoglierlo e uno che, al primo errore, scopre di essere sempre stato solo. Ed è dentro questa disuguaglianza che si sceglie ora di indebolire un’altra tutela: la specificità della giustizia minorile.
ll sistema italiano è stato considerato per decenni uno dei più avanzati proprio perché non confondeva la responsabilità con la vendetta. Era costruito intorno a una constatazione quasi rivoluzionaria nella sua semplicità: un adolescente è una persona ancora in formazione. Può compiere azioni terribili, ma non è un adulto in formato ridotto. Deve rispondere di ciò che ha fatto, certo, ma all’interno di un sistema capace di responsabilizzarlo, educarlo e reinserirlo.
La giustizia minorile italiana puntava sulla valutazione individuale, sulla minima invasività del processo, sulla messa alla prova, sulle misure di comunità e sulla funzione educativa. Non perché fosse “buonista”, ma perché cercava di impedire che un reato diventasse un’identità e una condanna un’etichetta da portarsi dietro per tutta la vita.
Poi abbiamo cominciato a sfilacciare tutto. Abbiamo lasciato i servizi sociali sotto pressione, gli educatori in numero insufficiente, le scuole e le famiglie sempre più sole. Abbiamo trattato il benessere, la salute mentale e l’affettività adolescenziale come emergenze stagionali.
Abbiamo reso fragili le comunità educative e abbandonato quartieri nei quali lo Stato compare soprattutto in divisa, dopo essere stato per anni assente in quasi tutte le altre forme. Mentre il sistema educativo e sociale veniva impoverito o affidato alla buona volontà di operatori, associazioni e famiglie, la risposta penale diventava più rapida, più muscolare e soprattutto più spendibile nei telegiornali.
Con il decreto Caivano la giustizia minorile ha già conosciuto una netta svolta repressiva. Secondo Antigone Onlus, tra il 2022 e il 2025 le presenze negli istituti penali per minorenni sono cresciute di circa il 50 per cento e nove istituti su diciassette si trovano oggi in condizioni di sovraffollamento: una situazione che il sistema minorile italiano non aveva conosciuto prima. Questi dati sono un invito ad una riflessione: non bisognerebbe trasformare fenomeni complessi in un’invasione immaginaria, buona soprattutto a giustificare l’emergenza successiva.
Anche l’idea che i giudici liberino orde di adolescenti perché considerati immaturi, incapaci, sembra appartenere più alla propaganda che alla realtà.
Ma si sa, le emergenze politiche hanno un grande vantaggio: non devono necessariamente esistere. Devono funzionare. E questa funziona benissimo. Fa sembrare severo chi governa, rassicura per qualche minuto chi ha paura e consente di evitare le domande più costose.
Perché tanti ragazzi lasciano la scuola? Perché la violenza diventa un linguaggio di appartenenza? Dove sono gli educatori di strada, i servizi psicologici gratuiti e il sostegno alle famiglie? Che cosa accade nelle case, nelle scuole, nei quartieri e nelle comunità? Quali adulti e quali istituzioni hanno fallito prima che “fallisse” quel ragazzo? È molto più economico presumere.
Non a caso, il disegno di legge si chiude con la consueta clausola di invarianza finanziaria: la sua attuazione non dovrà comportare nuovi o maggiori oneri per lo Stato.
La maturità dei ragazzi verrà presunta. I soldi per comprenderli, no.

La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia chiede invece che, in ogni decisione legislativa e giudiziaria, il superiore interesse del minorenne sia una considerazione preminente. Chiede inoltre agli Stati di garantire una giustizia specializzata, capace di rispettare la dignità dei ragazzi e di favorirne il reinserimento nella società. Non significa cancellare le responsabilità. Significa esercitarle dentro un sistema diverso da quello degli adulti, perché diversi sono lo sviluppo, la vulnerabilità e le possibilità di cambiamento.
In questo quadro si inserisce anche il lavoro di Future Rights, che richiama l’attenzione sul percorso di elaborazione del Commento generale n. 27 del Comitato ONU sui diritti dell’infanzia, dedicato al diritto dei bambini e degli adolescenti di accedere alla giustizia e ottenere un rimedio effettivo.
Il titolo può sembrare materia da giuristi, in realtà parla di una cosa molto concreta: che cosa può fare un ragazzo quando un suo diritto viene violato? A chi può dirlo? Chi lo ascolterà? Come può chiedere che quella violazione finisca, che il danno venga riconosciuto e che non si ripeta?
Il Commento generale parte da un principio semplice: i minorenni non sono oggetti da proteggere passivamente, ma persone titolari di diritti. Devono poter essere ascoltati, presentare un reclamo, ricevere assistenza legale e psicologica, comprendere ciò che sta accadendo e ottenere un rimedio quando una scuola, un ospedale, un servizio, un’istituzione, un’impresa o un adulto viola quei diritti.
La giustizia, dunque, non comincia e non finisce in tribunale. Comincia in una scuola capace di ricevere una segnalazione, in un servizio sociale comprensibile, in un ospedale che ascolta, in una procedura di reclamo accessibile e in un adulto formato che sappia che cosa fare.
Richiede che vengano rimosse le barriere economiche, linguistiche, fisiche e psicologiche; che i minori siano protetti dalle ritorsioni; che ricevano informazioni comprensibili e sostegno specializzato; che la loro voce venga ascoltata davvero, non soltanto raccolta per poter scrivere nel rapporto finale che “i giovani hanno partecipato”.
Una giustizia, insomma, che non sia un labirinto progettato dagli adulti e poi consegnato ai ragazzi con l’invito a trovare da soli l’uscita. È un punto decisivo, perché riguarda esattamente ciò che oggi rischiamo di perdere: l’idea che un minorenne debba essere accompagnato dentro la giustizia, non semplicemente esposto a essa.
Preoccupa come non desti sufficiente allarme la direzione a cui sta puntando il disegno di legge. Del resto, conosciamo il linguaggio con cui le società si abituano all’autoritarismo: prima si divide la popolazione tra persone perbene e categorie sospette; poi si trasformano i problemi sociali in problemi di ordine pubblico; infine si presenta ogni garanzia come un privilegio concesso ai colpevoli.
Il diritto smette di domandare: «Chi sei? Che cosa è accaduto? Come possiamo impedire che accada ancora?» e comincia a dire: «So già chi sei».
È una politica miope perché guarda soltanto il momento del reato, ignorando tutto ciò che lo precede e tutto ciò che lo seguirà.
È cruda perché chiama fermezza l’abbandono.
Ed è inefficace perché un ragazzo umiliato, incarcerato e restituito alla società senza istruzione, legami e alternative non diventa magicamente più responsabile. Diventa spesso più arrabbiato, più isolato e più facile da reclutare proprio da quella criminalità che il provvedimento dice di voler contrastare.
C’è poi un paradosso che meriterebbe almeno un poco di imbarazzo.
Chiediamo ai ragazzi di rispettare regole, diritti e responsabilità che spesso nessuno ha mai spiegato loro. Molti insegnanti ed educatori non ricevono una formazione stabile sui diritti dell’infanzia, sui meccanismi di tutela e sui modi attraverso i quali un minorenne può chiedere aiuto o ottenere giustizia. Ancora più grave: non la ricevono gli studenti.
L’educazione ai diritti non è parte strutturale e continuativa del curriculum. Viene affidata alle ONG, alle associazioni, agli esperti esterni e ai progetti che durano quanto un finanziamento. Arriva a scuola per un paio d’ore, sospesa tra un bando e una campanella, spesso grazie al lavoro gratuito o sottopagato di qualcuno che deve comprimere in una mattina la Convenzione ONU, la partecipazione, la discriminazione, la violenza, l’accesso alla giustizia e, possibilmente, anche il futuro della democrazia. Poi il progetto finisce. Il finanziamento pure. E i diritti tornano materia per esperti.
Naturalmente il lavoro delle ONG e della società civile è prezioso. Molto spesso è proprio grazie a educatori, associazioni e professionisti esterni che nelle scuole entrano argomenti altrimenti assenti.Ma è curioso che la conoscenza dei propri diritti venga trattata come un’attività extracurricolare.
Si può attraversare l’intero percorso scolastico imparando a riconoscere il complemento di causa efficiente, senza sapere quale sia l’ufficio competente quando la causa efficiente del proprio problema è un adulto.
Un ragazzo può uscire dalla scuola senza sapere che ha diritto a essere ascoltato, come riconoscere una violazione, a chi rivolgersi o come contestare una decisione ingiusta. Ma quando commette un reato, improvvisamente presumiamo che possieda piena consapevolezza, maturità e capacità di valutazione.
Per conoscere ed esercitare i propri diritti è ancora troppo giovane. Per essere punito, invece, è già abbastanza adulto.
La responsabilità è indispensabile. Anche quella dei minorenni. Ma dovrebbe esistere anche una responsabilità degli adulti, delle istituzioni e della politica: quella di educare prima di giudicare, ascoltare prima di classificare e non lasciare soli i ragazzi fino al momento in cui possono finalmente essere puniti.
Uno Stato forte non è quello che presume un adolescente già adulto. È quello che non rinuncia a farlo diventare tale.
Z. Liew



Commenti