Il Futuro che non trova spazio


Dalle proteste europee alle dichiarazioni di Nordio sulle carceri minorili: mentre i giovani chiedono di partecipare alle decisioni sul proprio futuro, la politica sembra sempre più occupata a gestire il loro dissenso.
«Vi sono dei momenti in cui è necessario purtroppo spedire dietro le sbarre questi minori violenti». Con queste parole, il 22 ottobre, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha commentato gli arresti di minorenni dopo i disordini di Milano, prospettando l'ampliamento delle carceri minorili e perfino l'utilizzo di settori degli istituti penitenziari destinati agli adulti.
È una risposta che merita una riflessione, soprattutto in un momento in cui le piazze europee tornano a riempirsi di giovani. Perché, mentre si discute di nuove celle e misure di sicurezza, rischia ancora una volta di passare in secondo piano la questione più importante: che cosa sta accadendo nel rapporto tra le nuove generazioni e le istituzioni?
Nell'ultimo anno Future Rights ha dedicato molto spazio ai movimenti della cosiddetta Generazione Z. Dal Nepal, dove la protesta contro corruzione e nepotismo è stata repressa nel sangue, al Madagascar, al Marocco, al Perù, fino alle università europee.
Abbiamo cercato di comprendere se queste mobilitazioni, nate in contesti profondamente diversi, potessero rappresentare qualcosa di più di una serie di rivolte contemporanee. Se esistesse un movimento globale, una coscienza politica condivisa, forse persino un nuovo vocabolario sulla giustizia.
Non era una domanda retorica. Future Rights lavora sulla partecipazione e sull'empowerment, soprattutto giovanile, nell'ambito della giustizia sociale e ambientale. E sappiamo quanto sia facile, anche per chi sostiene i giovani, attribuire loro un'identità collettiva senza averne davvero ascoltato le differenze.
A distanza di un anno, il dibattito si ripropone in Europa.
In un articolo pubblicato qualche giorno fa sul Guardian, Alberto Alemanno mette in guardia proprio dalla narrazione di un'unica rivolta giovanile paneuropea. Le immagini viaggiano velocemente, gli slogan si imitano, i social amplificano. Ma questo non significa che esista un movimento strutturato, con rivendicazioni e obiettivi comuni. Noi questo lo avevamo intuito già l'anno scorso, grazie alle testimonianze di giovani serbi, filippini e nepalesi messi a confronto.
Oggi, in Francia gli studenti protestano contro scuole sovraffollate, carenza di insegnanti ed edifici fatiscenti, mentre il malcontento si allarga al costo della vita. In Belgio si contestano gli aumenti delle tasse universitarie e si chiedono maggiori risorse per l'insegnamento. In Grecia il problema è trovare una casa, in Germania la possibile reintroduzione della leva militare obbligatoria. In Albania le mobilitazioni studentesche si intrecciano con una più ampia contestazione del governo; in Serbia, dopo la tragedia della stazione ferroviaria di Novi Sad, gli studenti chiedono da quasi due anni responsabilità politica e lotta alla corruzione.
Anche oggi, queste manifestazioni non sono la stessa protesta. E sarebbe ingiusto ridurle tutte a una generica ribellione adolescenziale.
Eppure, qualcosa le avvicina.
Secondo lo studio europeo sui giovani della TUI Foundation del 2026, citato dal Guardian, il 52% degli intervistati tra i 16 e i 26 anni, in sette Paesi europei, teme di vivere peggio dei propri genitori. La casa è sempre più cara, i servizi pubblici sono sotto pressione, l'accesso a un lavoro stabile è incerto. Perfino l'intelligenza artificiale, promessa come progresso, diventa per molti una nuova incognita occupazionale.
Non serve una regia internazionale per riconoscersi nelle preoccupazioni degli altri.
Ma c'è un altro elemento che ci interessa, e che attraversa tanto le proteste europee quanto quelle osservate nel Sud globale: la percezione di una crescente distanza tra chi vive le conseguenze delle decisioni politiche e chi possiede il potere di prenderle.
È qui che entra in gioco il concetto di democrazia catturata (captured democracy), vicino a quello di state capture studiato da Transparency International e International IDEA. Si riferisce a situazioni nelle quali istituzioni e processi decisionali, pur mantenendo forme democratiche, vengono condizionati da interessi economici, gruppi di potere o élite ristrette, a scapito dell'interesse pubblico.
Non significa che ogni democrazia attraversata da proteste sia necessariamente catturata. Significa, piuttosto, interrogarsi su chi abbia effettivamente accesso alle decisioni e su quanto le istituzioni siano capaci di rispondere ai cittadini, anziché ai soggetti che concentrano risorse e influenza.
Il rischio è quello di una progressiva esclusione politica e sociale, che riguarda anche e soprattutto i giovani. Una generazione alla quale viene chiesto di adattarsi a un futuro deciso altrove, in un mondo che aumenta gli investimenti militari mentre scuole, servizi e politiche sociali continuano a rivendicare risorse.
Ricordiamo, a tal proposito, che secondo il SIPRI, nel 2025 la spesa militare europea ha raggiunto 864 miliardi di dollari, con un aumento del 14% rispetto all'anno precedente. Le esigenze di sicurezza, in un contesto geopolitico instabile, sono reali. Ma resta una domanda politica legittima: quale spazio viene riservato alla sicurezza sociale, educativa e ambientale delle generazioni che abitano e che dovranno abitare il mondo che stiamo costruendo?
È una questione di priorità, e soprattutto di responsabilità.
In Italia, intanto, la risposta alle manifestazioni di questi giorni ha riportato al centro il linguaggio della repressione. Nordio sostiene che il nuovo decreto sicurezza tuteli le proteste pacifiche e persegua chi commette violenze. Una distinzione necessaria: danneggiamenti, aggressioni e saccheggi non possono essere giustificati in nome del dissenso. Ma altrettanto necessario è non confondere le azioni di gruppi violenti con le rivendicazioni di migliaia di manifestanti, che rimangono ancora una volta in ombra.
Future Rights aveva già denunciato, nel settembre 2024, con un articolo sul cosiddetto decreto anti-Gandhi, il progressivo restringimento degli spazi civici e le conseguenze per le forme di protesta non violenta. Più recentemente, riflettendo sul provvedimento definito anti-maranza, avevamo scritto: «La legge è uguale per tutti. Le risorse per farsi capire e per accedere alla giustizia, un po' meno».
Oggi il problema appare ancora più evidente. Secondo Antigone, le persone detenute negli istituti penali minorili sono passate da 381 alla fine del 2022 a 550 nell'agosto 2026. Di queste, il 68,1% non aveva una condanna definitiva. Di fronte a un sistema già in difficoltà, la proposta di ampliare gli spazi detentivi solleva domande importanti sulla funzione educativa della giustizia minorile e sugli investimenti necessari per prevenire la violenza.
Il sociologo Johan Galtung parlava di violenza strutturale per descrivere le ingiustizie incorporate nei sistemi sociali, economici e istituzionali. Quelle che non fanno necessariamente rumore, non rompono vetrine, non finiscono nei video dei telegiornali, ma possono compromettere le possibilità di vivere e di farlo dignitosamente.
Non è una giustificazione della violenza diretta. È un invito a non fermarsi alla sua manifestazione più visibile, ignorando tutto ciò che la precede.
C'è qualcosa di paradossale in una politica che invoca continuamente la responsabilità dei giovani, mentre fatica a riconoscere la propria. Che finanzia programmi di partecipazione e leadership giovanile, purché si svolgano in luoghi e tempi prestabiliti. Che invita a esprimersi, salvo preoccuparsi quando quelle opinioni diventano dissenso organizzato.
Eppure, una democrazia non vive soltanto di consenso. Ha bisogno di conflitto, confronto e capacità di trasformazione. La sua tenuta non dipende esclusivamente dall'ordine pubblico, ma anche dalla possibilità di contestare le decisioni e ottenere risposte.
Il nostro compito non è idealizzare una generazione, né pretendere che tutte le sue proteste siano giuste. È «ascoltare, fare spazio, stare al loro fianco in un cambiamento che deve essere, per forza, intergenerazionale».
Significa quindi, anche riconoscere che i giovani possono sbagliare, riprodurre discriminazioni e gerarchie, esprimere posizioni incompatibili tra loro.
La partecipazione non garantisce automaticamente la giustizia. Ma senza partecipazione, la giustizia rischia di diventare una parola pronunciata da chi ha già il potere.
Per Future Rights, sostenere la leadership giovanile significa allora costruire strumenti di conoscenza, collegare esperienze locali e globali, aprire spazi di confronto e, soprattutto, condividere il potere decisionale.
Significa interrogare anche le organizzazioni e le istituzioni che dichiarano di lavorare per i giovani, senza necessariamente lavorare con loro.
Se dall'insieme delle mobilitazioni della Gen Z potesse nascere un movimento globale, oggi sappiamo che la risposta non è semplice. Forse non esiste un movimento unitario, e forse non deve necessariamente esistere.
Ma esistono domande che le nostre democrazie non possono continuare a ignorare.
Possiamo davvero chiedere ai giovani di avere fiducia nelle istituzioni, se continuiamo a restringere gli spazi nei quali possono contestarle, conoscerle e trasformarle?
Perché il problema non è soltanto come educare le nuove generazioni alla democrazia. È anche come impedire che le generazioni al potere smettano di praticarla.
Z. Liew



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